Il Mercato della Musica Digitale

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1 a 1 palla, al centro. Anzi, 46 a 46 (per cento) : sono i numeri del pareggio nella musica tra digitale e fisico: cd e vinile ora hanno lo stesso valore di streaming e download, sul mercato mondiale.Dopo anni di salita dell’uno e discesa dell’altro, il pareggio si è finalmente concretizzato nel 2014, in attesa del sorpasso definitivo: lo testimoniano i dati ufficiali del Digital Music Report, annuale studio dell’Ifpi, ovvero la International Federation of the Phonographic Industry, l’associazione di che riunisce le varie confindustrie della musica: la Riaa in America, la Bfi in Inghilterra, la Fimi in italia, etc. I dati del rapporto parlano di un mercato della musica sostanzialmente stabile, con una flessione generale dello 0,4%  a livello mondiale, per un valore di 14,97 miliardi di dollari. Il digitale, da solo, è cresciuto del 6,9%, arrivando a valere 6,9 miliardi di dollari, ovvero il 46% del totale: la stessa cifra dei supporti fisici che per la prima volta della storia della musica registrata scendono sotto il 50% del valore di mercato. A suo modo, è un passaggio storico: il digitale ha avuto un effetto dirompente sulla musica, eppure non ha ancora spazzato via i vecchi supporti, con paesi come la Germania dove il cd vale ancora il 70% del mercato. Insomma, spesso per semplificare la si chiama rivoluzione digitale, ma quella della musica è un’evoluzione digitale che si sta compiendo solo ora. Molto veloce, spesso con strappi violenti,  con aggiustamento di rotta e inversioni di tendenza, come quello del vinile: lo si dava per morto, un reperto archeologico analogico. È tornato di moda da qualche anno, come noto. Certo, vale solo il 2% del mercato, ma nell’ultimo le vendite sono salita di un altro 54%.

La definitiva affermazione dello streaming
Non è una sorpresa, ma la crescita della musica digitale è trainata dallo streaming. I download della musica sono in calo dell’8%, esattamente come i supporti fisici. Gli abbonati nel mondo sono circa 41 milioni (nel 2010 erano 8), e da solo lo streaming vale il 23% del mercato. Uno dei problemi, però, è che c’è un enorme serbatoio di utenti che usano lo streaming in maniera gratuita: le offerte freemium di Spotify, Deezer & Co, sostenute da pubblicità (e con ricavi decisamente più bassi); l’obiettivo è convertire questi utenti in paganti. Come? Il dibattito è aperto, tra chi sostiene che la chiave siano le partnership con le società di telecomunicazioni (per integrare gli abbonamenti nelle bollette già esistenti), chi sostiene il freemium abbia fatta il suo tempo e ora faccia male allo streaming, e chi aspetta Apple, che ha una base potenziale di utenti di 800 milioni di persone (ovvero gli account su iTunes a cui potrebbe arrivare il nuovo servizio che integrerà Beats Music).

L’attacco alle piattaforme video
Il consumo della musica passa da YouTube, certifica il Digital Music Report: secondo una ricerca Ipsos commissionata da Ifpi, il 57% dei navigatori dei 13 maggiori paesi ascolta musica su piattaforme video (spesso senza immagini), mentre solo 38% usa lo streaming e il 26% fa download (legale).

Il problema è che l’industria della musica fatica a monetizzare questo uso: YouTube Music Key (il servizio di Google attualmente in beta) non basta. E allora l’Ifpi nel report attacca frontalmente le piattaforme come YouTube, Daily Motion e simili: si presentano come safe harbour, come spazi che non hanno responsabilità sui contenuti caricati, e come tali usufruiscono da esenzioni sulle leggi sul copyright cui non hanno diritto. L’Ifpi sostiene che tutte queste piattaforme dovrebbero invece negoziare le licenze di uso della musica esattamente come Spotify & Co, e come tali pagare.

Le contraddizioni dell’evoluzione
Vi ricordate quando pagavamo due o tre euro per trenta secondi di una canzone, pur di poterla usare come suoneria? Sembrava il business della musica. Ecco, ci sono paesi come il Brasile dove i ringback tone valgono ancora quasi il 20% del mercato. E il Brasile, nono mercato a livello mondiale, non ha mai davvero visto l’era del download: si sta passando direttamente allo streaming. Un meccanismo simile a quello della Cina, che però è abituata sostanzialmente a non pagare la musica.

Il cd? È tutt’altro che morto, come si diceva – la Germania è il terzo mercato mondiale, e ha un mercato in cui il dischetto vale il 70%. In Francia vale il 57%, in Giappone addirittura il 78%. In Italia vale il 61%.

I soliti problemi della discografia.
Oltre al problema della monetizzazione e delle licenze delle piattforme video, il rapporto stabilisce i termini del problema della pirateria, dal punto di vista dei discografici, prendendosela non solo con i siti e le piattaforme pirata, ma anche con chi guadagna e con chi investe su di loro: la pubblicità su questi siti, sostiene il rapporto, vale 227 milioni di dollari all’anno, e a farla sono spesso grosse aziende.

Insomma: i dati del Digital Music Report dicono streaming, ma il panorama complessivo è molto più sfaccettato, con pesanti oscillazioni da paese a paese. La stabilità del mercato della musica, in calo pesante ormai da molti anni è un importante risultato, dicono i discografci. Ma non basta: si deve tornare a crescere, per recuperare almeno una parte di quanto si perso negli ultimi anni. La chiave sono gli abbonamenti allo streaming e il mercato mainstream, che rimane ancora un terreno con larghi margini di conquista. Il Dmr è stato realizzato prima del lancio in grande stile di Tidal, ma il sospetto (anzi, la certezza) è che non basteranno Jay-Z e i suoi amici famosi per portare le grandi masse a pagare (di nuovo) per la musica.

Fonte: wired.it